serena.

l'ho visto. l'ho scritto.
Bhe, io sono ancora qui. 
Persa. 
Poi quasi ritrovata. 
E’ strano quanto io sia cambiata dalla pubblicazione dell’ultima foto lì sotto. 
Il nonno se n’è andato a Ottobre. Il mese in cui era nato. 
Ha lasciato le pantofole sulla porta e il verderame in giardino, lì sotto alla pianta di kiwi. Kiwi che nessuno ha raccolto. Nessuno li ha messi nelle cassette a maturare come faceva lui. Il nonno Sirio. 
La nonna, è dimagrita. E’ la metà di quella donna lì svogliatamente sdraiata. E non sa più chi sono. Eppure mi ha quasi cresciuta lei che mia madre era una ragazzina quando sono nata io. Non sa più chi sia quella bimba bionda in mezzo ai miei nonni lì sotto. 
Quella bimba che forse un po’ bimba in un certo senso non è più. A 8 anni ha perso il bisnonno. Che le faceva i dispetti e le faceva miagolare il gatto. E ha perso la nonna. Eppure non è morta. Si è “solo” svuotata. E questo una bimba non può capirlo. 
 
E io non sono più la stessa. 
Lui non c’è più. 
Loro non ci sono più.  
Tanta gente non c’è più. Ne è subentrata altra. 
E io ferma lì in mezzo, guardo. 
Cerco di vedere, non solo guardare, intorno a me e dentro me. 
Ma quando lo faccio mi spavento. 
Si appanna tutto. 
Saranno le lacrime. 
Fumo negli occhi. 
Nebbia. 
Però che belli quei fuochi fatui. 
Anche se sotto nascondono una voragine. 
Ma che paura vuoi che faccia a me una voragine nera quando io ne porto una dentro da tutta la vita?
 

Bhe, io sono ancora qui. 
Persa. 
Poi quasi ritrovata. 
E’ strano quanto io sia cambiata dalla pubblicazione dell’ultima foto lì sotto. 
Il nonno se n’è andato a Ottobre. Il mese in cui era nato. 
Ha lasciato le pantofole sulla porta e il verderame in giardino, lì sotto alla pianta di kiwi. Kiwi che nessuno ha raccolto. Nessuno li ha messi nelle cassette a maturare come faceva lui. Il nonno Sirio. 
La nonna, è dimagrita. E’ la metà di quella donna lì svogliatamente sdraiata. E non sa più chi sono. Eppure mi ha quasi cresciuta lei che mia madre era una ragazzina quando sono nata io. Non sa più chi sia quella bimba bionda in mezzo ai miei nonni lì sotto. 
Quella bimba che forse un po’ bimba in un certo senso non è più. A 8 anni ha perso il bisnonno. Che le faceva i dispetti e le faceva miagolare il gatto. E ha perso la nonna. Eppure non è morta. Si è “solo” svuotata. E questo una bimba non può capirlo. 
 
E io non sono più la stessa. 
Lui non c’è più. 
Loro non ci sono più.  
Tanta gente non c’è più. Ne è subentrata altra. 
E io ferma lì in mezzo, guardo. 
Cerco di vedere, non solo guardare, intorno a me e dentro me. 
Ma quando lo faccio mi spavento. 
Si appanna tutto. 
Saranno le lacrime. 
Fumo negli occhi. 
Nebbia. 
Però che belli quei fuochi fatui. 
Anche se sotto nascondono una voragine. 
Ma che paura vuoi che faccia a me una voragine nera quando io ne porto una dentro da tutta la vita?
 

Tutto tranquillo.
E’ come osservare un laghetto quieto in una radura di un boschetto. In un prato di alberi.
Le ombre delle fronde degli alberi creano strane forme geometriche sull’acqua densa.
L’acqua blu, profonda, vischiosa. Sembra possa abbracciarti, cullarti, risucchiarti, e non lasciarti mai più andare via.

Sembra pacifico. 
Ma innocuo non è. Sul pelo dell’acqua volano meravigliosamente leggere e iridate le libellule.
Si appoggiano lievi sull’acqua e creano quei meravigliosi cerchi concentrici sotto di loro.
Perfettamente rotondi. Perfettamente ipnotici.
Rotondi come l’angoscia a forma di palla di ferro che mi trascino dietro ogni giorno.
A volte mi illudo di averla seminata, ma poi, mi accorgo solo che ha solo perfidamente allungato un po’ la catena. 
E la accorcia appena mi allontano troppo.

Sembra tranquillo il lago.
Ma tu non sai quale mostro si nasconde lì sotto.
Io l’ho intravisto.
Quindi, abbasso lo sguardo.



“La testa piena di mostri galleggianti”

Tutto tranquillo.
E’ come osservare un laghetto quieto in una radura di un boschetto. In un prato di alberi.
Le ombre delle fronde degli alberi creano strane forme geometriche sull’acqua densa.
L’acqua blu, profonda, vischiosa. Sembra possa abbracciarti, cullarti, risucchiarti, e non lasciarti mai più andare via.
Sembra pacifico. 
Ma innocuo non è. Sul pelo dell’acqua volano meravigliosamente leggere e iridate le libellule.
Si appoggiano lievi sull’acqua e creano quei meravigliosi cerchi concentrici sotto di loro.
Perfettamente rotondi. Perfettamente ipnotici.
Rotondi come l’angoscia a forma di palla di ferro che mi trascino dietro ogni giorno.
A volte mi illudo di averla seminata, ma poi, mi accorgo solo che ha solo perfidamente allungato un po’ la catena. 
E la accorcia appena mi allontano troppo.
Sembra tranquillo il lago.
Ma tu non sai quale mostro si nasconde lì sotto.
Io l’ho intravisto.
Quindi, abbasso lo sguardo.
“La testa piena di mostri galleggianti”

Non scrivo da tanto tempo.
Non perchè non abbia niente da dire. 
Ma a volte, ho talmente tanto casino interno, così tante voci, che la cosa più facile è semplicemente cercare di zittirle ascoltando musica ogni volta in cui mi ritrovo sola con me stessa. 
Gestirle, zittirle, farle parlare una alla volta per ascoltarle e possibilmente comprenderle e indirizzarle nella direzione giusta richiederebbe troppe energie. 
Così faccio tacere il tutto. Musica nelle orecchie ogni volta in cui sono sola e potrei essere loro facile preda. 
E’ invitabile che qualcuna mi faccia soffrire perchè urla più delle altre. Invitabile che qualche casino interno salga su, su, fino a farsi intravedere negli occhi. 
E così oscillo tra una lacrima faticosa seduta con le ginocchia al petto sul pavimento del bagno, e un nervosismo soppresso e tenuto a mala pena sotto al pelo dell’acqua, spingendo giù con una mano per farlo morire asfissiato. 
Poco importa. 
E poi a volte, la sera, c’è sempre un bicchiere di qualcosa. E tutto improvvisamente si ammorbidisce. 
I visi intorno a me. Il mio. La pietra nella pancia che pesa e non mi lascia correre via. E il buco nero tra cuore e polmoni si illumina di piccole lucciole. Tanto belle. Risplendono lì sull’abisso. Non sanno neanche loro che miracolo riescono a fare.
Così taccio. 
Ascolto. Persino il silenzio nero e spugnoso nella mia testa suona bello a volte.
Forse, ora potrei ricominciare a dire qualcosa.




Questa era una delle foto esposte nella mia prima mostra. 
“A questo cumulo di nervi, sangue e carne,
stringo forte questo vuoto.
Io che sono una costellazione in continuo movimento.
Sopra di te.
Mi ci aggrappo a questo buio di velluto,
così bello da toccare, da assaggiare.
E verremo inghiottiti così, fra le coperte.”

Non scrivo da tanto tempo.
Non perchè non abbia niente da dire. 
Ma a volte, ho talmente tanto casino interno, così tante voci, che la cosa più facile è semplicemente cercare di zittirle ascoltando musica ogni volta in cui mi ritrovo sola con me stessa. 
Gestirle, zittirle, farle parlare una alla volta per ascoltarle e possibilmente comprenderle e indirizzarle nella direzione giusta richiederebbe troppe energie. 
Così faccio tacere il tutto. Musica nelle orecchie ogni volta in cui sono sola e potrei essere loro facile preda. 
E’ invitabile che qualcuna mi faccia soffrire perchè urla più delle altre. Invitabile che qualche casino interno salga su, su, fino a farsi intravedere negli occhi. 
E così oscillo tra una lacrima faticosa seduta con le ginocchia al petto sul pavimento del bagno, e un nervosismo soppresso e tenuto a mala pena sotto al pelo dell’acqua, spingendo giù con una mano per farlo morire asfissiato. 
Poco importa. 
E poi a volte, la sera, c’è sempre un bicchiere di qualcosa. E tutto improvvisamente si ammorbidisce. 
I visi intorno a me. Il mio. La pietra nella pancia che pesa e non mi lascia correre via. E il buco nero tra cuore e polmoni si illumina di piccole lucciole. Tanto belle. Risplendono lì sull’abisso. Non sanno neanche loro che miracolo riescono a fare.
Così taccio. 
Ascolto. Persino il silenzio nero e spugnoso nella mia testa suona bello a volte.
Forse, ora potrei ricominciare a dire qualcosa.


Questa era una delle foto esposte nella mia prima mostra. 
“A questo cumulo di nervi, sangue e carne,
stringo forte questo vuoto.
Io che sono una costellazione in continuo movimento.
Sopra di te.
Mi ci aggrappo a questo buio di velluto,
così bello da toccare, da assaggiare.
E verremo inghiottiti così, fra le coperte.”

Ho lo Yucatan in macchina.
E’ fatto di Arcobaleno.

Ho lo Yucatan in macchina.

E’ fatto di Arcobaleno.

E mangiare. E andare in bagno. E girare la chiave. E mettersi solo di fronte al lavandino. Guardarsi nello specchio. E non legarsi i capelli. E pensare: no. non oggi. oggi no. no.
E semplicemente lavarsi i denti.
E girarsi. E guardare il water. Tavoletta abbassata. E non dover aprirlo per buttarci dentro la carta che attutisce. E non dover buttarci dentro il WCNet perchè nessuno si accorga che ci hai appena vomitato dentro.
E rigirare la chiave. E aprire la porta. E uscire da quel maledetto bagno.
E farsi un po’ meno schifo.

E mangiare. E andare in bagno. E girare la chiave. E mettersi solo di fronte al lavandino. Guardarsi nello specchio. E non legarsi i capelli. E pensare: no. non oggi. oggi no. no.

E semplicemente lavarsi i denti.

E girarsi. E guardare il water. Tavoletta abbassata. E non dover aprirlo per buttarci dentro la carta che attutisce. E non dover buttarci dentro il WCNet perchè nessuno si accorga che ci hai appena vomitato dentro.

E rigirare la chiave. E aprire la porta. E uscire da quel maledetto bagno.

E farsi un po’ meno schifo.

Vorrei dire tante cose.
Ma faccio fatica a mettere in fila una frase.
E vorrei piangere tanto, proprio con i lacrimoni e il singhiozzo e il moccico e ridurre il fazzoletto di carta in tanti filetti pelucchiosi che si appiccicano da tutte le parti.
Ma niente. Tachicardia, respiro corto e una lacrima arida, oleosa, salatissima che fatica a venire giù, pesantissima, lentissima, carica del peso di troppe angosce, reali o presunte tali, giustificate e non.
Scrivo e cancello. Scrivo e cancello. Fotografo e cancello. Inizio un lavoro e poi rimango ferma a fissare qualcosa. Guido e non vedo. Mangio e non sento sapore. Bevo e non mi rilasso. Dormo ma non riposo. Penso ma non arrivo ad una conclusione. Sono seduta e mi devo alzare. Mi trucco e non mi piaccio. Mi vesto carina e mi faccio schifo. Mi guardano e vorrei sussurrare loro che sono una malsana portatrice di buchi neri da ingoiare, lasciate perdere. Rimbocco le coperte a mia figlia, la guardo mentre dorme e voglio scusarmi. Per tutto quello che sono e per tutto quello che non sono.
Sono irrequieta. E il silenzio mi urla nelle orecchie troppe verità che non sono pronta ad affrontare. E quelle ombre violacee sotto agli occhi bisbigliano di bersagli mancati e rallentamenti spugnosi.
E il Sole là fuori.
Temo che stavolta non mi asciugherà. Non ancora.
Temo che stavolta resterò bagnata.
Ancora per un po’.

Vorrei dire tante cose.

Ma faccio fatica a mettere in fila una frase.

E vorrei piangere tanto, proprio con i lacrimoni e il singhiozzo e il moccico e ridurre il fazzoletto di carta in tanti filetti pelucchiosi che si appiccicano da tutte le parti.

Ma niente. Tachicardia, respiro corto e una lacrima arida, oleosa, salatissima che fatica a venire giù, pesantissima, lentissima, carica del peso di troppe angosce, reali o presunte tali, giustificate e non.

Scrivo e cancello. Scrivo e cancello. Fotografo e cancello. Inizio un lavoro e poi rimango ferma a fissare qualcosa. Guido e non vedo. Mangio e non sento sapore. Bevo e non mi rilasso. Dormo ma non riposo. Penso ma non arrivo ad una conclusione. Sono seduta e mi devo alzare. Mi trucco e non mi piaccio. Mi vesto carina e mi faccio schifo. Mi guardano e vorrei sussurrare loro che sono una malsana portatrice di buchi neri da ingoiare, lasciate perdere. Rimbocco le coperte a mia figlia, la guardo mentre dorme e voglio scusarmi. Per tutto quello che sono e per tutto quello che non sono.

Sono irrequieta. E il silenzio mi urla nelle orecchie troppe verità che non sono pronta ad affrontare. E quelle ombre violacee sotto agli occhi bisbigliano di bersagli mancati e rallentamenti spugnosi.

E il Sole là fuori.

Temo che stavolta non mi asciugherà. Non ancora.

Temo che stavolta resterò bagnata.

Ancora per un po’.